Articoli con tag fotovoltaico

Il grafene apre la strada a una nuova generazione di celle solari

La prossima generazione di celle solari e dispositivi optoelettronici sarà realizzata impilando fogli di grafene con altri strati sottili ottenuti da diversi elementi chimici. Gli scienziati della Università di Manchester e della Università Nazionale di Singapore sono pronti a scommetterci: la costruzione di strutture tridimensionali costituite da diversi strati monoatomici, in breve tempo permetterà la realizzazione di dispositivi elettronici del tutto innovativi e con proprietà davvero sorprendenti.

Secondo quanto pubblicato dalla prestigiosa rivista Science, questa scoperta rappresenta una vera e propria svolta epocale. A titolo di esempio, i nuovi materiali permetteranno di ottenere l’energia elettrica necessaria per la gestione di un intero edificio semplicemente trasformando l’energia solare assorbita dai muri esposti alla luce: in più, l’energia raccolta potrà essere utilizzata a piacimento per modulare la trasparenza e la riflettività delle finestre, in base al variare di condizioni climatiche esterne come  temperatura e luminosità.

Le scoperte sul grafene e le sue applicazioni, che nel 2010 sono valse il premio Nobel ai due fisici Andre Geim e Konstantin Novoselov dell’Università di Manchester, hanno aperto la strada allo studio di una intera famiglia di materiali costituiti da strati monoatomici. In generale, questi cristalli bidimensionali presentano una vasto range di proprietà eccezionali, che spaziano dalla conducibilità all’isolamento, dalla opacità alla trasparenza, ecc. Impilando diversi strati monoatomici è possibile realizzare materiali che accorpano le specifiche proprietà dei diversi strati monoatomici, motivo per cui gli scienziati ritengono che queste eterostrutture abbiano le potenzialità per realizzare i dispositivi elettronici del futuro.

Attualmente i ricercatori di Manchester e Singapore stanno lavorando alla combinazione di diversi cristalli bidimensionali, al fine di raggiungere funzionalità non altrimenti conseguibili dai singoli materiali, ma tali da renderli idonei alla realizzazione di dispositivi per l’optoelettronica e la fotonica. Combinando uno strato di grafene con uno o più strati moatomici di altri materiali, nello specifico dicalcogenuri di metalli di transizione (Transition Metal Dichalcogenides – TMDC), i ricercatori potranno realizzare dispositivi fotovoltaici estremamente sensibili ed efficienti. I primi risultati ottenuti dall’attività sperimentale sono stati infatti talmente promettenti da far ipotizzare a breve termine la realizzazione di fotorilevatori ultrasensibili e celle fotovoltaiche particolarmente efficienti.

Gli strati TMDC presentano infatti ottime proprietà di assorbimento della luce, mentre gli strati di grafene agiscono come strati conduttivi trasparenti. I primi dispositivi realizzati, pur essendo ancora nella fase prototipale, hanno dimostrato da subito funzionalità sorprendenti: per questo motivo i ricercatori dell’Università di Manchester si aspettano di ampliare al più presto le librerie di cristalli bidimensionali a loro disposizione, in modo da realizzare in breve tempo una nuova generazione di dispositivi in grado di rivoluzionare il mondo dell’elettronica.

Fonte e immagine: University of Manchester

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Thomson Reuters “Research Fronts 2013″

Thomson Reuters ha recentemente pubblicato il report “Research Front 2013 – 100 Top-ranked Specialities in the Sciences anThomson Reuters - Research Fronts 2013d Social Sciences“, attraverso il quale presenta i primi 100 fronti di ricerca del 2013, relativi a 10 macro-aree delle scienze e delle scienze sociali, emersi da un’importante attività di analisi e monitoraggio delle pubblicazioni scientifiche. Tali fronti rappresentano le aree in cui si sta concentrando l’attività di ricerca a livello mondiale e che, quindi, rappresentano ambiti chiave da monitorare nel corso del 2013.

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Principali trend brevettuali nel settore dei pannelli fotovoltaici – Esempio di Analisi Brevettuale CRIT Research

Quali sono i principali trend brevettuali nel settore dei pannelli fotovoltaici? E quali sono le aziende più innovative, o meglio caratterizzate dalla maggiore attività brevettuale?

Proviamo a rispondere almeno in parte a queste domande attraverso alcuni degli strumenti di technology intelligence utilizzati da CRIT per realizzare i propri Scouting  Tecnologici di tipo Analisi Brevettuale (un servizio di ricerca e analisi di brevetti, finalizzato, tra le altre cose, a comprendere le dinamiche competitive di un’area tecnologica).

Come è noto, i brevetti sono documenti legali e spesso la loro consultazione non è intuitiva. La Classificazione Internazionale dei Brevetti (IPC: International Patent Classification) suddivide l’intero insieme della tecnologia brevettabile in circa 70.000 raggruppamenti. L’IPC, che è stato adottato dalla maggior parte degli Uffici Brevetti nazionali, è solito designare l’idea guida delle invenzioni descritte nei documenti brevettuali secondo modalità uniformi. Nel caso di questa analisi brevettuale, si è deciso di effettuare una ricerca per classi IPC, e in particolare, a titolo esemplificativo, sono stati individuati tutti i brevetti relativi alla classe H01L 31/042, riguardante “PV modules or arrays of single PV” (per una descrizione più dettagliata della classe IPC si consiglia di consultare il sito WIPO – World International Patent Organization).

Questa query di ricerca, relativa ai brevetti identificati dalla alla classe IPC H01L 31/042  depositati dal 2008 al 2013, ha permesso di identificare un corpus di oltre 22000 famiglie brevettuali INPADOC, che raggruppano tutti i documenti legati direttamente o indirettamente da un documento di priorità.

Sulla base dei risultati della query di ricerca, sono stati identificati i primi 20 Applicant/Assignee attivi a livello internazionale, riportati nella Tabella 1 con il relativo numero di brevetti.

Tabella 1 – Principali Applicant/Assignee identificati nella ricerca brevettuale sulla classe IPC H01L 31/042  (anni 2008-2013). Fonte: Thomson Innovation

Tabella 1 – Principali Applicant/Assignee identificati nella ricerca brevettuale sulla classe IPC H01L 31/042 (anni 2008-2013). Fonte: Thomson Innovation

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Solar Cooling, il futuro è ibrido

Struttura di un modulo PV-T - Solarzentrum Allgäu

Struttura di un modulo PV-T - Solarzentrum Allgäu

Il Solar Cooling è una tecnologia particolarmente idonea ad integrarsi con altri sistemi di sfruttamento delle fonti energetiche rinnovabili: questo è quanto sostiene la Roadmap delle Tecnologie per il riscaldamento e il raffrescamento solare recentemente pubblicata della International Energy Agency IEA .

In sostanza, applicare le tecnologie di riscaldamento e raffrescamento solare in soluzione combinata o integrata con altre fonti energetiche rinnovabili, potrebbe essere un modo per ottimizzare gli investimenti, soprattutto quando lo spazio a disposizione per raccogliere l’energia solare è fisicamente limitato, come nel caso dei pannelli disposti sui tetti delle abitazioni.

Un esempio di possibile integrazione di tecnologie Solar Heating and Cooling (SHC) è rappresentato da sistemi di tipo ibrido fotovoltaico/solare termico (photovoltaic/thermal hybrid solar technology - PV-T). I collettori PV-T sono visti come una tecnologia molto promettente, potenzialmente in grado di utilizzare l’energia solare in modo più efficiente dei sistemi tradizionali presi singolarmente, con il vantaggio aggiuntivo di evitare la competizione tra le fonti energetiche per lo sfruttamento della superficie disponibile sui tetti.

I collettori PV-T innanzi tutto convertono l’energia solare in energia elettrica attraverso i moduli fotovoltaici, e poi riutilizzano il calore in eccesso per riscaldare l’acqua. I collettori PV-T sono allo studio da alcuni anni, ma non hanno ancora raggiunto significative quote di mercato, tanto che la roadmap dell’IEA indica il 2020 come termine auspicabile per lo sviluppo di sistemi PV-T competitivi. Sempre secondo l’IEA, per raggiungere questo traguardo sarà necessario supportare le aziende produttrici di sistemi SHC e fotovoltaici, anche e soprattutto attraverso il coinvolgimento di Università e centri di ricerca. Oltre a queste azioni di stimolo nei confronti delle aziende più innovative, la crescente competizione tra le fonti rinnovabili e la sempre più vasta diffusione delle applicazioni fotovoltaiche potrebbero rappresentare due fattori trainanti per lo sviluppo dei sistemi PV-T.

Sul fronte della ricerca, i maggiori sforzi per il miglioramento dei sistemi PV-T finora sono stati focalizzati sull’aumento dell’efficienza termica ed elettrica. Rimangono tuttavia numerose sfide aperte riguardo la riduzione delle perdite di calore, la protezione contro il surriscaldamento, l’integrazione tra i diversi dispositivi e l’abbattimento dei costi complessivi di produzione.

Tra i numerosi produttori che stanno cercando di sviluppare questi nuovi prodotti, si citano l’azienda britannica Newformenergy e la statunitense Power Panel, ma anche la tedesca Solarzentrum Allgäu, capofila di un progetto di ricerca che coinvolge, tra gli altri, anche il Fraunhofer Institute for Solar Energy Systems ISE.

Per saperne di più:

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Fotovoltaico: arrivano le nanoantenne che catturano anche gli infrarossi


Rectenna (Fonte: Nanowerk)

Gli scienziati studiano ormai da diversi anni le potenzialità di una nuova tecnologia di sfruttamento dell’energia solare, basata sulla fabbricazione di fotodiodi di dimensioni nanometriche. Questi dispositivi, denominati nano-antenne, sarebbero infatti in grado di catturare la luce in tutte le lunghezze d’onda per trasformarla in energia elettrica.
Come è noto, la luce alle lunghezze d’onda dell’infrarosso costituisce più di un terzo di quella che raggiunge la Terra dal Sole, ma i comuni dispositivi fotovoltaici a base di silicio non sono in grado di catturarla. La causa di questo limite è dovuta a un gap di banda presente in ogni semiconduttore, a causa del quale la luce sotto una certa frequenza attraversa il materiale senza generare corrente. Per ovviare a questo inconveniente, da qualche anno i ricercatori stanno cercando di realizzare un dispositivo fotovoltaico dotato di una nano-antenna metallica in grado di svolgere un duplice ruolo: funzionare innanzi tutto come antenna ottica per raccogliere e concentrare la luce solare,  e in più svolgere la funzione di fotodiodo, in grado di convertire la luce in una corrente di elettroni.  Questo genere di nano-antenna viene anche definito “rectenna” (contrazione di rectifying antenna) a causa della sua capacità di assorbire l’energia solare e rettificarla da corrente alternata in corrente continua.
Un dispositivo fotovoltaico dotato di un array di rectenne è teoricamente in grado di catturare più del 70% della radiazione elettromagnetica proveniente dal sole, e di convertirla efficacemente in energia elettrica. Questa tecnologia potrebbe quindi rappresentare un significativo miglioramento rispetto ai pannelli fotovoltaici tradizionali in silicio, i quali possono catturare al massimo il 20% della radiazione solare disponibile, e necessitano di un dispositivo a parte per convertire l’energia raccolta in una forma fruibile dalla rete elettrica. Per tutti questi motivi, da diversi anni la comunità scientifica internazionale sta cercando di tradurre in pratica le grandi potenzialità delle rectenne, finora espresse solo dal punto di vista teorico.
Recentemente, il gruppo di studio guidato dal Prof. Willis, professore associato all’UConn – University of Connecticut – ha presentato i risultati di una innovativa tecnica di fabbricazione delle nano-antenne, denominata Selective Area Atomic Layer Deposition (ALD), brevettata nel 2011.
Attraverso la ALD gli scienziati della UConn hanno potuto realizzate un dispositivo a rectenna, costituito in pratica da un diodo a tunnel di dimensioni nanometriche. Uno degli elettrodi della rectenna ha una forma appuntita, simile alla punta di un triangolo; il segreto che garantisce il buon funzionamento del dispositivo è la distanza estremamente ravvicinata tra i due elettrodi, paragonabile al contatto di una punta di spillo su una parete. La limitata grandezza di questo intervallo dimensionale è il fattore critico per garantire il massimo trasporto di elettricità: in pratica, la distanza nanometrica tra i due elettrodi fa sì che gli elettroni riescano ad incanalarsi verso l’elettrodo opposto, senza possibilità di invertire la direzione. Ciò fa sì che la rectenna sia in grado di catturare l’energia degli elettroni rettificandola in una corrente unidirezionale. Inoltre, il dispositivo è in grado di convertire anche la componente infrarossa della radiazione solare, e in generale tutto lo spettro del visibile. Prosegui la lettura »

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Le celle solari luminescenti “LED-Type” verso il record di efficienza fotovoltaica

Cella solare ad elevata efficienza (Alta Devices)

Le celle fotovoltaiche tradizionali sono progettate per assorbire il maggior quantitativo possibile di luce solare, in modo da massimizzare la produzione di energia. I ricercatori della Università della California a Berkeley hanno però recentemente suggerito – e dimostrato – un concetto controintuitivo: le celle solari, per raggiungere la massima efficienza teoricamente ottenibile, dovrebbero funzionare in modo simile ai LED, ovvero essere in grado non solo di assorbire la luce, ma anche di emetterla.

L’efficienza delle attuali celle fotovoltaiche è ancora lontana dal limite teorico. Fin dai primi anni sessanta gli scienziati sono stati in grado di calcolare il limite massimo dell’energia assorbibile da una cella fotovoltaica. Questo valore, in condizioni ideali, è circa il 33.5% per una cella mono-giunzione, come ad esempio le comuni celle in silicio utilizzate nei pannelli fotovoltaici commerciali. Ma se la teoria ci dice che il 33.5% della luce solare può essere convertito in energia elettrica, a livello pratico, dopo oltre cinquant’anni da questa scoperta, gli scienziati non sono stati ancora in grado di avvicinarsi significativamente a questo traguardo. Il record di efficienza delle celle piane mono-giunzione si assesta infatti intorno al 26% (dato del 2010), e finora solo le complesse celle multi-giunzione sono arrivate a catturare oltre il 33% dell’energia solare.

Sfruttare la luminescenza potrebbe però portare ad un aumento di efficienza. Recentemente, il team di Berkeley ha cercato di comprendere il motivo alla base di questo divario tra il risultato pratico e quello teorico, ed è giunto a una conclusione semplice, anche se apparentemente paradossale, considerando il legame esistente tra i fenomeni di assorbimento ed emissione della luce da parte di un materiale. Secondo i ricercatori, utilizzando il fenomeno della luminescenza dei materiali è possibile progettare celle fotovoltaiche molto più efficienti di quelle attuali. È da notare che la teoria secondo la quale la luminescenza è legata al voltaggio non è affatto nuova, ma non è mai stata presa in considerazione per la progettazione delle celle fotovoltaiche. In pratica, se una cella solare è progettata per emettere luce, e non solo per assorbirla, durante il processo di conversione fotovoltaica i fotoni non si disperdono più all’interno della cella stessa, ed è possibile raggiungere valori di voltaggio molto più elevati.  “Ciò che abbiamo dimostrato,” sostiene Eli Yablonovitch, professore di Ingegneria Elettrica e capo del team di ricerca di Berkeley, “è che quando una cella fotovoltaica è anche in grado di emettere fotoni, oltre che di assorbirli, essa può raggiungere una differenza di potenziale molto elevata, con conseguente aumento dell’efficienza di conversione della luce solare.” Prosegui la lettura »

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Nanoshell whispering, i nanogusci fotovoltaici “sussurranti” che intrappolano la luce

Nanoshell whispering

Nanoshell whispering

Gli ingegneri di Stanford hanno creato nanogusci fotovoltaici in grado di sfruttare un particolare fenomeno fisico per intrappolare la luce. Il risultato potrebbe migliorare in maniera straordinaria l’attuale efficienza delle celle solari a film sottile, riducendone sia il peso che il costo.

A molti di noi è capitato di sperimentare direttamente il fenomeno acustico della camera a sussurro, per il quale, al di sotto di una cupola o di una volta – o in una qualsiasi camera racchiusa in un’area circolare o ellittica – è possibile ascoltare chiaramente in qualsiasi punto della struttura i “sussurri” prodotti in altre parti della costruzione. Recentemente, gli scienziati di Stanford hanno preso spunto da questo fenomeno per produrre sottili nanosfere cave costituite di un particolare materiale fotovoltaico, il silicio nanocristallino. Il silicio nanocristallino, infatti, è un eccellente materiale fotovoltaico, con caratteristiche di ottima efficienza ed alta resistenza in condizioni di esposizione estrema alla luce, ma presenta una bassa capacità di assorbimento, il che si traduce in una forte richiesta di materiale per ottenere una cella fotovoltaica in grado di produrre un quantitativo non trascurabile di energia elettrica. Le nanosfere fotovoltaiche sono in grado di propagare la luce al loro interno allo stesso modo in cui le camere a sussurro intrappolano le onde acustiche, e in pratica migliorano notevolmente l’assorbimento del materiale. Grazie a questo effetto, secondo gli ingegneri di Stanford, si potrebbe ridurre notevolmente il peso e quindi il costo delle attuali celle fotovoltaiche a film sottile. Prosegui la lettura »

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Il nastro fotovoltaico-piezoelettrico che funziona anche con la pioggia

Nastro ibrido piezoelettrico

Nastro ibrido piezoelettrico

Riuscire a mitigare l’effetto negativo dell’intermittenza degli agenti atmosferici è da sempre considerato uno dei principali obiettivi degli sviluppatori di sistemi per la produzione di energia elettrica da fonte rinnovabile. È per questo motivo che l’interesse della comunità scientifica internazionale è sempre più rivolto allo sviluppo di soluzioni ibride, in grado di sfruttare due o più risorse rinnovabili come vento, sole e pioggia.

All’Institute for Materials Research and Innovation (IMRI) dell’Università britannica di Bolton è stato inventato un sistema ibrido in grado di catturare l’energia da tutti e tre gli elementi atmosferici. Si tratta in pratica di un nastro fotovoltaico ibrido, della lunghezza di 20 centimetri, capace di generare energia elettrica sfruttando l’effetto piezoelettrico. Il nastro è composto da diversi elementi sovrapposti: il rivestimento polimerico del dispositivo, in fluoruro di polivinilidene (PVDE), quando è stimolato dal vento o dalle gocce di pioggia trasmette il movimento ai materiali ceramici piezoelettrici sottostanti che portano alla generazione di elettricità. Lo stesso nastro è poi ricoperto con un pellicola fotovoltaica ultra sottile e flessibile (le innovative celle solari organiche P3HT – PCBM) ed è completato dalla presenza di due elettrodi alle estremità.

Purtroppo, nonostante la capacità di catturare energia da diversi agenti esterni, il nastro foto-piezoelettrico realizzato dall’IMRI al momento presenta una bassa densità energetica. Ogni nastro ibrido, infatti,  è in grado di generare costantemente solo pochi milliwatt, motivo per cui è realistico ipotizzarne l’impiego unicamente per alimentare dispositivi a bassissima potenza. Inoltre, per ottimizzare lo sfruttamento dell’energia proveniente dagli agenti meteorologici, secondo i ricercatori sarebbe necessario realizzare dispositivi di forma conica, con una moltitudine di nastri vibranti in grado di captare l’energia del vento, del sole e della pioggia. In attesa di realizzare questi prototipi di “pini” foto-piezoelettrici, i ricercatori stanno lavorando per ridurre i costi generali del dispositivo e contemporaneamente per migliorarne l’efficienza, incorporando nanotubi di carbonio all’interno della sua struttura.

Parallelamente, il team di ricerca sta lavorando anche a un altro progetto, che prevede la realizzazione di fibre ibride utilizzabili nel settore tessile, realizzate con una tecnologia molto simile a quella utilizzata per i nastri foto-piezoelettrici. In caso di successo si potrebbero a breve realizzare indumenti rivestiti da materiale piezoelettrico, grazie ai quali sarebbe possibile produrre energia elettrica con i movimenti del corpo, e ricaricare dispositivi mobili come cellulari, tablet o altro.

Fonti: BBC News, Printed Electronics World

Articolo pubblicato anche da Fondazione per lo Sviluppo Sostenibile

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Celle solari flessibili thin-film: allo studio nuovi elettrodi trasparenti in tessuto polimerico

La scarsità di materie prime e l’uso crescente di metalli rari sta rendendo la produzione di dei dispositivi elettronici sempre più costosa.

È il caso, per esempio, dei metalli rari che attualmente sono utilizzati per realizzare gli elettrodi trasparenti presenti nei display touchscreen, negli schermi a cristalli liquidi, oltre che nei  LED organici e nelle celle solari a film sottile. Il materiale più comunemente impiegato in questi elettrodi è l’ossido di indio-stagno (più precisamente ossido di indio drogato con stagno, noto con l’acronimo ITO, dall’inglese Indium Tin Oxide). Si tratta di un ossido conduttivo con buone proprietà di trasparenza, ma relativamente costoso a causa della presenza di indio, tanto che il suo impiego in dispositivi caratterizzati da una superficie estesa, come  appunto le celle solari, è considerato antieconomico.

Esistono ossidi trasparenti privi di indio, ma a causa della crescente richiesta del mercato anche la loro disponibilità tende ad essere sempre più scarsa. Inoltre, questi ossidi e lo stesso ITO presentano alcuni svantaggi, come la fragilità. La ricerca di  elettrodi alternativi, che siano sia trasparenti che conduttivi, sta passando in esame materiali come polimeri conduttivi, nanotubi di carbonio e grafeni. Tutti questi elettrodi sono a base di carbonio, e in genere mostrano eccessivi valori di resistenza elettrica superficiale, caratteristica che li rende scarsi conduttori elettrici. D’altra parte, integrando una  griglia metallica in uno strato organico, si ottiene l’effetto di ridurre non solo la sua resistenza elettrica, ma anche la sua stabilità meccanica. Se una cella solare fatta di questo materiale è piegata, gli strati di elettrodi si spezzano e non sono più conduttivi. La sfida dei ricercatori consiste quindi della produzione di substrati flessibili ma ancora stabilmente conduttivi, prodotti possibilmente attraverso un processo industriale di laminazione dal costo contenuto.

Struttura del tessuto polimerico conduttivo Sefar

Struttura del tessuto polimerico conduttivo Sefar

Una possibile soluzione a questo problema prevede l’impiego di un polimero trasparente, flessibile e intrecciato in un tessuto, che Empa, uno dei principali Enti di ricerca svizzeri operanti nell’ambito della Scienza e della Tecnologia dei Materiali, ha sviluppato insieme alla società AG Sefar, in un progetto finanziato dalla Commissione svizzera per la Tecnologia e l’Innovazione. Sefar, specializzata in tessuti ad uso tecnico ed industriale, è in grado di produrre questo tessuto polimerico in grandi quantità, risolvendo in questo modo il problema della scarsità di materiale, tipico degli elettrodi trasparenti attualmente in commercio. Il processo sviluppato da Sefar è in pratica un processo roll-to-roll, già utilizzato nel settore delle celle solari a film sottile, simile a quello comunemente utilizzato per stampare i giornali e molto interessante dal punto di vista economico. In questo modo è possibile inserire una griglia di fili metallici intrecciati nel materiale polimerico, in modo da renderlo elettricamente conduttivo. In un seconda fase del processo il tessuto misto polimero-metallo viene incorporato in un foglio polimerico inerte, il quale, tuttavia, non copre completamente i filamenti metallici, conservandone così la conducibilità garantendo contemporaneamente l’impermeabilità ai liquidi e ai gas. Prosegui la lettura »

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Celle solari flessibili, il futuro del fotovoltaico efficiente.

La produzione di energia elettrica dalla luce del sole attraverso celle fotovoltaiche sta godendo negli ultimi anni dell’aumento degli investimenti, sia in ambito industriale che nella ricerca. Il punto chiave resta il costo per watt dell’elettricità prodotta. Oggigiorno esistono molte possibili soluzioni riguardo alla scelta dei materiali da impiegare nella produzione delle celle solari, ma il costo del trattamento per unità di superficie può scendere ancora molto al di sotto di quello attuale.

Mentre la maggior parte dell’attuale produzione di celle solari si basa sull’utilizzo di wafer di silicio cristallino o policristallino, il futuro del fotovoltaico è nello sviluppo di nuovi processi produttivi a basso costo per la realizzazione di dispositivi nanostrutturati a film sottile, che permettano di raggiungere efficienze altissime (circa 50%). Negli Stati Uniti e in Europa si sta lavorando in questa direzione.

Harry Atwater, professore al Caltech (California Institute of Technology), afferma che il modo per rendere le celle solari competitive con i combustibili fossili è quello di renderle sottili e flessibili. Il loro potenziale risiede nella possibilità di ridurre sensibilmente le spese di trasporto e di installazione, oltre alla maggiore facilità di integrazione sulle facciate e sui tetti degli edifici.

I ricercatori del Caltech hanno creato un nuovo materiale destinato alla realizzazione dei pannelli solari di nuova generazione che potrebbero sostituire le tradizionali celle fotovoltaiche.

Struttura degli elementi di intrappolamento della luce che ottimizzano l’assorbimento della luce della cella realizzata presso il Caltech.

Attualmente esistono due tipologie principali di celle fotovoltaiche: le celle rigide in silicio, molto efficienti, ma anche costose da realizzare e relativamente fragili; le celle a film sottile, molto a buon mercato rispetto alle prime, ma non così efficienti. Il nuovo materiale sviluppato dal gruppo di ricerca americano può potenzialmente colmare il gap tra le tradizionali celle in silicio (efficienti ma molto costose) e le più moderne celle a film sottile (relativamente a basso costo ma poco efficienti), permettendo la realizzazione di celle fotovoltaiche con bassi costi di produzione, ma che garantiscano un’efficienza prossima a quella dei tradizionali pannelli a base di silicio. A differenza dei pannelli solari rigidi, i pannelli solari flessibili non hanno bisogno di essere protetti da telai rigidi. In questo modo, occupando molto meno spazio, si riducono drasticamente i costi di trasporto. Sono anche più leggeri, il che li rende più facili da installare. La cosa che finora ha rallentato la diffusione delle celle solari flessibili è che di solito non sono molto efficienti rispetto alle tradizionali celle solari in silicio cristallino.

Atwater ha di recente mostrato un nuovo modo per utilizzare materiali ad alta efficienza nella produzione di celle solari flessibili. Questa nuova tecnica consiste nell’accrescimento del silicio cristallino sottoforma di sottili fili su wafer quadrati di silicio rivestiti con un sottile strato di metallo che funge da catalizzatore, e poi nello staccare letteralmente il film plastico creatosi come se fosse un sottile pezzo di gomma. Il prodotto finale è un sottile pezzo di polimero flessibile con una serie di fili di silicio all’interno. Si tratta principalmente di materia plastica con una piccola percentuale di silicio (2% silicio, 98% polimeri).

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